Gli ultimi canti sono i canti mistici per eccellenza (assieme al XXIII, che non abbiamo fatto).
Siamo nell’Empireo.
Beatrice mostra a Dante “le due corti del cielo”, cioè gli uomini e gli angeli. Dante vede immagini che cambiano, non perché cambi l’oggetto che guarda ma perché il suo “visus” (in latino “i suoi occhi, la sua vista, la sua facoltà visiva”) diventa man mano più forte e quindi più capace di cogliere la vera essenza di ciò che sta guardando, attraverso la visione stessa.
Dante usa immagini mistiche, legate alla luce, alla bellezza, alla natura (un giardino pieno di fiori e ricco di acqua, una candida rosa profumata).
La sua visione si trasforma :
1. un fiume di luce costeggiato da rive piene di fiori colorati; dal fiume escono scintille che si gettano nei fiori e poi ritornano al fiume;
2. un anfiteatro, al cui centro in basso si trovano Dante e Beatrice e che ha in cima una luce fortissima che è Dio. Nei gradoni dell’anfiteatro siedono santi e beati, mentre una moltitudine di angeli vola in mezzo, salendo verso Dio e poi riscendendo verso gli uomini. L’anfiteatro è paragonato a una candida rosa profumata.
Dante si volge verso Beatrice ma vede al suo posto un “senex”, San Bernardo di Chiaravalle. Beatrice è tornata a sedere fra i beati, in alto all’interno della candida rosa. Dante le rivolge delle parole in qualche modo simili a quelle che verranno usate da San Bernardo nella preghiera alla Madonna (“donna, per la mia salute, non temesti, m’hai di servo tratto a libertate, custodisci, podere, bontade, grazia, virtute, magnificenza, l’anima mia si disnodi dal corpo a te piacente”, Pd. XXXI vv.79-90)) e Beatrice lo ricambia con lo sguardo e sorridendo, prima di tornare a guardare Dio.
Per descrivere queste immagini mistiche Dante usa un linguaggio straordinario, che ha tutte le caratteristiche già messe in luce, per esempio francesismi (“riviera”), latinismi (“fulvido”, “fulgore”, “mirabil”, “miro”, “gurge”; “rua”, “larve”, “redole”, “verna”, “mira”) , lingua popolare (“fiumana”; “fantin” ), neologismi “immegli”). Le parole spesso creano figure retoriche complesse, fra cui spiccano le metafore (“dipinte”; “gli spegli/ de li occhi” ; “l’onda che si deriva perché vi si immegli” e “l’eterna fontana” per dire Dio, “la gronda/ de le palpebre mie, cioè i miei occhi,”, “redole odor di lode”, cioè profuma con la sua lode ovvero loda, “il sol che sempre verna”, cioè Dio; “il convento de le bianche stole”, cioè l’insieme dei santi e dei beati vestiti di bianco; alcune metafore sono delle metonimie – una parte per il tutto – come per esempio “primavera”cioe’ i fiori che ci sono in primavera; “giallo”, cioè la parte gialla del fiore che è il pistillo).
Questo linguaggio è usato all’interno di una scelta generale, quella di parlare attraverso immagini (è il linguaggio della mistica, che si basa su sentimenti, emozioni, creatività, storie: il linguaggio della poesia) più che attraverso ragionamenti (sarebbe il linguaggio della teologia razionale, della filosofia, della matematica , basato su passaggi logici e dimostrazioni : esso si trova tantissimo nella parte precedente del Paradiso; pensate per esempio alla spiegazione sull’ineffabilita’ nel canto I).