Montale

Montale

Montale è il più grande poeta italiano del Novecento. Si può paragonare  a Dante, perché come lui ha “qualcosa da dire” e “le parole per  dirlo”. Rispetto a D’Annunzio, che ha una straordinaria capacità espressiva ma non ha molto da dire, Montale è proprio l’opposto: tutte le sue parole sono necessarie e sono legate a un contenuto veramente importante.
 
In cosa consiste questo contenuto, nella sua forma essenziale? Bisogna tener conto che il Novecento inizia con una grande crisi: vengono messi in discussione in maniera profonda tutti i fondamenti del pensiero occidentale, a livello filosofico, a livello artistico e addirittura  a livello scientifico. Montale esprime in maniera straordinariamente personale e profonda questo smarrimento ( ” Che senso abbiamo noi? Sembra di camminare lungo un muro che non finisce mai. Forse dall’altra parte c’è un senso, ma noi sembriamo destinati a non potervi mai accedere”). Leggete Meriggiare pallido e assorto , che dice esattamente questo, ambientandolo nel paesaggio estivo, secco, arido della Liguria in piena estate (la famiglia di Montale era di Genova e aveva una casa estiva a Monterosso, nelle Cinque Terre: le prime poesie di Montale sono immerse in questo paesaggio estivo ligure, che diventa simbolo). 
 
A volte, però,  si ha l’impressione che una via di salvezza ci sia. Non è mai una certezza. È sempre un piccolissimo indizio, che non ha conferme e potrebbe non essere vero. C’è una poesia che presenta questa immagine di possibile senso in maniera meravigliosa : I limoni. I limoni, frutti umili (“antidannunziani” : D’Annunzio amava parlare di piante rare dai nomi aristocratici come – la poesia li cita in opposizione – “bossi, ligustri, acanti”)  legati ancora una volta alla natura ligure, diventano il simbolo di una possibilità di senso e di felicità. Leggete la poesia. 
 
I n queste due poesie noi abbiamo già tutti gli elementi più importanti di Montale: crisi del senso ma anche speranza  – mai però trionfalistica – che un senso ci sia.
 
Notiamo alcune caratteristiche stilistiche generali, che si possono poi applicare a tutte le poesie del “primo tempo” montaliano : 
  • apparentemente i versi sono abbastanza legati alla tradizione (per capirci: D’Annunzio è più innovativo)
  • però i suoni sono suoni che non comparivano nella poesia italiana dal Dante del Basso Inferno: suoni duri, “gl” , “gn” , presenza di z e zz, di u, di doppie consonanti, di vocali scure e suoni stridenti (“rime aspre e chiocce”), che rendono linguisticamente la situazione di crisi espressa nei versi
  • le immagini sono diverse dalle analogie,  che si trovano nei Simbolisti, in Pascoli e D’Annunzio. Infatti le analogie sono immagini estremamente “larghe”. Al contrario, Montale usa immagini (il muro, i limoni) più precise e razionali. A un certo momento egli si rese conto che assomigliavano alle immagini usate, in quegli anni, dal poeta inglese Thomas Stearns Eliot. Costui le aveva chiamate “correlativo oggettivo” : si tratta di un’immagine che provoca in me la stessa sensazione dell’immagine di partenza (es. il “muro con in cima cocci aguzzi di bottiglia”  provoca in me lo stesso sentimento di scoraggiamento  che provoca la mancanza di senso della vita umana; i limoni provocano in me lo stesso sentimento di felicità che provoca la possibilità che un senso ci sia). Rispetto all’analogia decadentista il correlativo oggettivo è più razionale. (Una precisazione: Montale NON È un poeta ermetico. Era amico di vari poeti ermetici, ma gli ermetici scrivono poesie con immagini analogiche  – difficili da capire perché l’analogia ha una carica simbolica larghissima e può esprimere significati estremamente ampi – mentre Montale non usa assolutamente l’analogia.) 
A questo punto diventa necessaria una distinzione fondamentale fra i “due tempi” montaliani. Montale ha scritto durante tutto il Novecento (pubblica la prima opera nel 1925, muore nel 1981).
 
Le prime tre raccolte sono
  • Ossi di seppia (1925) 
  • Le occasioni (1939) 
  • La bufera (1956) 
Vengono considerate il “primo tempo” montaliano. In esse il linguaggio è altissimo. Le poesie sono estremamente complesse e di difficile interpretazione, anche perché spesso i correlativi oggettivi sono legati a delle esperienze personali di Montale che nessuno conosceva (la situazione migliorò quando Montale rilasciò un’intervista in cui spiegava varie immagini, riconducendole a sue vicende personali – vedremo degli esempi nelle poesie che affrontiamo). Sono raccolte scritte durante la parte più intensamente tragica del Novecento: la prima guerra mondiale, la dittatura fascista, la seconda guerra mondiale, la guerra fredda. 
 
Alla fine di queste tre raccolte Montale viene già considerato il grande poeta del Novecento italiano. Ci si aspettava che non scrivesse più nulla e che il suo messaggio fosse finito. 
 
 
Ed ecco che, invece,  nel 1971, si apre un “secondo tempo” :
  •  Satura (1971)
  •  Diario del ’71 e del’ 72 (1973) 
  •  Quaderno di quattro anni (1977) 
  •  Altri versi e poesie disperse (1981). 
 
In questo “secondo tempo” i   versi di Montale hanno uno stile completamente diverso. Sono apparentemente semplici, quasi banali. Consideriamo che  negli Anni ’60 e poi’ 70 l’Italia si trasforma. L’industrializzazione apre la strada alla società di massa, in cui le persone diventano numeri e si toglie qualunque valore alla poesia (il processo di emarginazione della poesia e dell’arte nella società borghese  era già stato denunciato dai Romantici e poi da Baudelaire e dai Decadenti; però ora la situazione ha davvero raggiunto gli estremi). La scelta di un linguaggio semplice e apparentemente banale, dimidiato, passato da “alto e tragico” a “comico” (cioè medio, realistico)  nel “secondo Montale” diventa una specie di cavallo di Troia attraverso il quale la poesia riesce a entrare anche in questa nuova società contemporanea massificata, per esprimere poi comunque un messaggio assolutamente alternativo a quello della società di massa, che continua, sia pure con uno scetticismo ancora maggiore, a essere nel quadro generale che abbiamo visto, cioè quello dello smarrimento e della – sia pure minima – speranza di un senso. 
 
La prima poesia del  percorso sviluppato dalla concreta classe per cui è stato scritto questo inquadramento si trova ne Le occasioni ed  è La casa dei doganieri. E’ un testo di grande potenza visionaria. Per molto tempo non si seppe assolutamente nulla della ragazza a cui il poeta si rivolge col “tu”. Adesso si sa quasi tutto, ma non cambia molto. Infatti, all’osso, il testo dice questo: c’è stato un momento felice che ha coinvolto il poeta e la ragazza, nel passato. La salvezza sarebbe legata alla possibilità che entrambi, ovunque siano (anche nel caso uno dei due fosse morto, come Montale disse di lei, che chiamò Annetta) , rimanessero legati a questo ricordo , ma è molto probabile che non sia così. Il tempo stritola tutto e allontana la memoria, anche se a volte dei brevi lampi di luce nel mare di notte sembrano dirci che esiste “un varco”, una via di fuga dalla insensarezza della vita. La poesia è piena di straordinari correlativi oggettivi e di suoni danteschi “aspri e chiocci”. Leggetela. 
 
A partire dalle  Occasioni, la possibilità di salvezza e di senso si incarna in alcune figure femminili. 
Compaiono delle meravigliose figure femminili salvifiche. Sono degli angeli, portatori di salvezza. Si è parlato di stilnovismo, perché assomigliano alle donne angelicate degli Stilnovisti, alla Beatrice di Dante. Però c’è una differenza fondamentale: mentre le donne-angelo stilnoviste sono intere, forti, invincibili, capaci di salvare, le donne-angelo di Montale sono sempre fragili,  spesso indifese di fronte alla violenza della storia e dell’esistenza; non è detto che vincano, non è detto che ce la facciano a salvare. La donna-angelo per eccellenza montaliana viene chiamata “Clizia” (nelle Metamorfosi di Ovidio Clizia è una ninfa che si innamora del Sole/Apollo e viene da lui trasformata in girasole). “Clizia” è il senhal di Irma Brandeis, una studiosa di Dante ebrea americana  che Montale conobbe negli Anni ’30. Ebbero una grande storia d’ amore ma poi lei dovette tornare negli Stati Uniti per via delle “leggi sulla razza” nel 1938 e non si videro mai più. “Clizia” è un “senhal”, cioè una parola-simbolo  che nasconde la vera identità della donna di cui si parla, consapevolmente simile a quello che usavano i trovarori provenzali e i poeti stilnovisti. Nelle Occasioni c’è una parte molto importante dedicata a Clizia chiamata Mottetti (un mottetto è una composizione musicale a due o più voci di origine  medioevale) : sono poesie brevi, molto intense, in cui si alternano speranza e disperazione. Il “mottetto degli sciacalli” cioè La speranza di pure rivederti è un esempio perfetto, ed è molto nota perché l’interpretazione cambió completamente dopo che Montale, in un breve racconto in prosa, diede gli elementi per capire cosa voleva dire. Clizia era già fuggita in America. La speranza di poterla rivedere stava abbandonando il poeta. Un giorno egli si trovava a Modena e, passeggiando, vide un cameriere in livrea (il “servo gallonato”) che portava a spasso due cani strani. Chiese che tipo di cani erano e il domestico rispose: “Non sono cani, sono SIACALLI” (pronunciato così, senza la “sc”) . Subito il poeta pensó che a Clizia piacevano tanto gli animali strani e si chiese se questo era un segno di lei. Ovviamente non era una certezza, anzi, le possibilità maggiori erano che di trattasse di una casualità. Leggete il mottetto. 
 
Alla fine delle Occasioni Clizia viene inserita in uno scenario apocalittico, cioè da fine del mondo: siamo negli anni che precedono la seconda guerra mondiale, anche se la poesia di Montale non parla quasi mai direttamente della storia. Sono poesie in cui gli occhi di Clizia, la frangia dei  suoi capelli, l’iride delle sue pupille (metonimia per le ali), “l’icona di luce che fra poco schiuderà l’immagine di lei”  si contrappongono al “vento del Nord”, alla “morte che vive”, a altri segni di desolazione e distruzione che simboleggiano la futura guerra. Potete leggere Notizie dall’Amiata. 
 
Nella Bufera Clizia viene inserita in uno scenario ancora più esplicitamente  storico, quello della Seconda Guerra mondiale (la “bufera”, appunto).(Tuttavia Montale ha sempre detto che il problema dell’uomo non è la situazione storica contingente ma quella esistenziale: la guerra mondiale accentua e sottolinea una situazione che c’era già prima e che è propria della condizione umana.) La primavera hitleriana è una tipica poesia cliziesca della Bufera. Nel 1938 Hitler fu in visita a Firenze. Era primavera e tutti i segni di festeggiamento e di bella stagione vengono rovesciati in simboli di orrore, di sangue e di morte. Solo la presenza/ricordo di Clizia sembra alimentare l’eventualità che ci sia un possibile riscatto. Leggetela. 
 
 
Nell’ultima parte della Bufera compare anche un’altra figura femminile, chiamata “Volpe”. E’ la giovane poetessa torinese Maria Luisa Spaziani, con cui Montale ebbe un’amicizia con sfumature sentimentali. Potete leggere Se t’hanno assomigliata… 
 
Bisogna però tener presente che, quasi fino alla morte di Montale, di tutte le sue muse non si sapeva nulla, neanche il nome, e le poesie erano belle lo stesso. Anche se Montale dice che in Volpe c’è un’energia più terrestre e in Clizia una dimensione più spiritualizzata, noi possiamo trovare in tutte le figure femminili montaliane una grande energia salvifica, che si oppone alla mancanza di senso e alla morte e che, quindi, salva. 
 
 
Come stiamo per vedere, questa forza supera la morte, anche se sempre “alla Montale”, cioè senza trionfalismi e con molti dubbi. Passiamo infatti alle poesie del “secondo Montale”. Bisogna tener conto che fra il 1956 e il 1971 passano non solo 15 anni ma un vero e proprio abisso  in termini di trasformazione culturale. 
Nelle poesie del “secondo tempo” compare una nuova figura femminile salvifica: la moglie morta nel 1961, Drusilla Tanzi, affettuosamente soprannominata da Montale “Mosca” (anche questo, come “Clizia”, “Volpe”, etc. è un senhal) per i grandi e spessi  occhiali. Anche in questo caso, come in generale per il linguaggio, il secondo tempo montaliano propone una dimidiazione: non più angelo ma mosca, la donna amata continua però ad essere una creatura volante, un angelo travestito, il cui potere salvifico è sempre più minacciato e incerto, ma in qualche modo resiste. A Mosca sono dedicate in particolare due sequenze di Satura, Xenia I e Xenia II (gli xenia erano i doni che gli antichi greci facevano agli ospiti, in questo caso a Mosca, già morta, che viene in visita nella poesia ), in tutto 28 poesie: sono molto semplici, dei brevi ricordi, dei brandelli di vita, dai quali emergono una grande complicità fra il poeta e la moglie, una grande sintonia intellettuale e anche un senso dell’umorismo comune. Emerge anche la fragilità di Mosca, un “povero  insetto smarrito nel blabla dell’alta società”, reso ancora più indifesa dalla morte che le cancella gli occhiali e la rende evanescente. Alcuni hanno detto, più una compagna di viaggio che un angelo salvifico. Leggete gli Xenia I. 
 
Nel secondo tempo montaliano ricompare anche la ragazza conosciuta da Montale a Monterosso negli Anni ’20 e cantata ne La casa dei doganieri. Ora sappiamo di lei molte cose. Si chiamava Anna Degli Uberti. Morì negli Anni ‘ 50 e non “molto giovane”  come aveva detto Montale per depistare i critici. Ci sono varie poesie per lei, chiamata di volta in volta Anna,  Arletta, Annetta, la Capinera (un senhal). Possiamo confrontare i due diversi tempi montaliani paragonando La casa dei doganieri (Le occasioni) e Annetta (Diario del 71 e del 72), dato che ora sappiamo che sono ispirate dalla stessa ragazza. Annetta è una poesia dal tono molto dimesso, quasi prosastico. Si presenta come un colloquio con la ragazza, ormai morta. Il poeta sceglie vari ricordi personali, che non è né facile né utile ricostruire completamente ( i luoghi in cui sono stati assieme, alcuni diventati oggetto di poesia montaliana; un episodio in cui giocavano alle “sciarade incatenate” , cioè a mimare le parole; una passeggiata fino a una torre; l’uccisione di un passero da parte del poeta). Si chiede poi – domanda seria, filosofico-esistenziale – che posto ha avuto Annetta nella sua giovinezza, “la stagione più ridicola della vita”, ma non arriva a una definizione precisa: Annetta è stata un'”agnizione (cioè un riconoscimento salvifico) reale perché assurda”, un’immagine di stupore, un lampo. I Diari del 71 e del 72 sono un momento particolarmente critico, disincantato, scettico di Montale: egli conclude dicendo che lo stato di grazia di cui Annetta era portatrice non dura e se, durasse”potrebbe essere l’effetto di una droga nel creato/in un medium di cui non si ebbe mai/alcuna prova”. Leggete la poesia.
 
Percorso della classe:
  1. I limoni (Ossi di seppia) 
  2. Meriggiare pallido e assorto (Ossi di seppia) 
  3. La casa dei doganieri (Le occasioni) 
  4. La speranza di pure rivederti (Le occasioni) 
  5. La primavera hitleriana (La bufera) 
  6. Tutti gli “Xenia” indicati in programma (Satura) 
  7. Annetta (Diario del ’71 e del’ 72)