(Il corso della nostra classe ha riguardato Purgatorio e Paradiso. Inserisco qualche parola di inquadramento sull’Inferno, utilizzando ciò che dico di solito. Ogni volta le classe mi portano a modificare un po’ questa trama generale)
L’Inferno di Dante è una discesa fino in fondo all’abisso.
Guidato da Virgilio, il suo punto di riferimento culturale, Dante entra nella voragine infernale attraverso una porta, supera un fiume sotterraneo (l’Acheronte) e poi scende con il suo accompagnatore sempre più giù, fino al centro della terra. Dopo il primo cerchio, il Limbo, popolato dai non battezzati, si va sempre più a fondo attraversa tre zone: l’Alto Inferno (peccatori per “incontinenza”, cioè che hanno fatto cose di per sé naturali ed accettabili – innamorarsi, mangiare, etc. – ma in modo così eccessivo da trasformarle in un peccato); il Medio Inferno (peccatori “violenti”) ; il Basso Inferno (peccatori che hanno volto al male l’intelligenza, dono di Dio peculiare degli esseri umani, ingannando e frodando). Fra le varie sezioni ci sono dei punti di passaggio – una palude, le mura della città infernale, alcuni burroni scoscesi). Al fondo c’è un vero e proprio pozzo profondissimo , disceso il quale (con l’aiuto di un gigante infernale che li trasporta sulla mano) Dante e Virgilio giungono nel Cocito, il lago gelato in cui sono conficcati i traditori, cioè quelli che hanno usato il massimo dell’intelligenza per fare il massimo di male. Al centro del Cocito, che è anche il centro della sfera terrestre, è conficcato Lucifero, il re dell’Inferno, l’angelo che si rivoltò contro Dio e diventò il diavolo. Egli maciulla nella bocca tre peccatori e svolazza con sei ali di pipistrello, gelando col vento che provoca tutto Cocito. Dante e Virgilio si arrampicano sulle “vellute coste” di Lucifero, giunti a metà del corpo si girano a testa in giù e risalgono all’incontrario, risalendo l’altro emisfero attraverso un cunicolo e giungengo alla fine a “riveder le stelle”.
Da notare:
- Praticamente manca la protasi, che ci sarà invece in Purgatorio e Paradiso, poiché l’argomento viene considerato basso. Si dice solo “O Muse o alto ingegno or m’aiutate/ o mente che scrivesti ciò ch’io vidi/qui si parrà la tua nobiltate” (canto II). C’è una seconda protasi per i Canti dell’Inferno più profondo, nei quali è necessaria una lingua durissima, adeguata al “fondo di tutto l’universo”: “non è impresa da pigliare a gabbo/ discriver fondo a tutto l’universo,/ né da lingua che chiami mamma o babbo.// Ma quelle donne aiutino il mio verso/ ch’aiutaro Anfïone a chiuder Tebe,/ sì che dal fatto il dir non sia diverso.” (canto XXXII).
- Cacofonia e buio: la prima impressione che colpisce Dante attraversata la porta dell’Infero è di urla disperate, suoni orribili e dissonanti e buio soffocante: “quivi sospiri, pianti e alti guai/risuonavan per l’aere sanza stella… diverse lingue/ orribili favelle, voci alte e fioche… suon di man con elle… un tumulto…. in quell’aria sanza tempo tinta/ come la rena quando turbo spira” (canto III) Per tutta la Cantica ricompaiono costantemente i due elementi della cacofonia e dell'”aria nera”, spesso in correlazione.
- Rime “aspre e chiocce”: i suoni, ugualmente, cercano spesso un effetto stridente e dissonante: prevalenza delle vocali cupe (O, U), doppie (ZZ, DD, PP, TT, SS., CC, BB..), nessi con due o tre consonanti (M… RD, NGH, ST… NT, DR…, SPR…, K.. CC, TR.. ST, F… ND, L.. NG…). I canti nei quali la ricerca di rime aspre è più evidente sono quelli del Basso Inferno, in particolare i canti XVIII, XIX, XX, XXI e poi tutti a partire dal XXII.
- Rapporto con i peccatori: Dante prova molta simpatia per alcuni dei dannati (Paolo e Francesca, Pier delle Vigne e Brunetto Latini in particolare), ma deve mantenere un distacco morale, che a volte gli viene difficile. Tuttavia a partire dalle Malebolge i peccati sono cosi infami che i peccatori perdono quasi la dimensione umana e Dante si sente distante da loro. Due volte (canto VIII con Filippo Argenti e canto XXXII con Bocca degli Abati), di fronte a dannati particolarmente odiosi, Dante trascende arrivando alla colluttazione fisica.
- “L’imperator del doroso regno”: Lucifero non ha niente di affascinante: è una macchina, che con i suoi movimenti quasi meccanici provoca dolore ai peccatori che maciulla e gelo nella natura intorno. Non è il diavolo “romantico”, il ribelle che lotta contro un potere divino ingiusto e dittatoriale e sa di essere destinato alla sconfitta perché più debole ma non si arrende perché libero. Questa immagine compare solo a partire dal XVII secolo con il “Paradido perduto” del poeta inglese John Milton e verrà sviluppata dai Romantici. Il Lucifero di Dante non è un ribelle. È il male nella sua stupidità, meccanicità, insensibilità. In lui non c’è niente di affascinante o interessante.
- L’Inferno è la cantica più popolare. Dante esprime e fa esprimere ai dannati emozioni e passioni fortissime. Il linguaggio è teso e nello stesso tempo immediato, comprensibile senza sforzo nelle sue linee generali. I Romantici riscoprirono Dante, che a partire dall’Umanesimo non era stato molto amato, e in particolare apprezzarono l’inferno per la sua passionalità.
- La mia scelta dei canti: I, II, III, IV, V, VI, VII, VIII, X, XIII, XV, XVIII, XIX, XX, XXI, XXVI, XVII, XXXII, XXXIII, XXXIV.