Il Paradiso è la cantica più complessa, quindi è necessaria un’introduzione generale.
Dante e Beatrice attraversano le nove sfere celesti che circondano (“abbracciano”) la terra ed escono fuori dall’ultima sfera (il Primo Mobile) nell’Empireo. “Empireo” è una parola inventata da Dante a partire da una radice greca (Dante non sapeva il greco ma evidentemente conosceva qualche parola) e vuol dire “sfera di fuoco”.
L’Empireo è fuori dal tempo e dallo spazio e coincide con la luce e la presenza di Dio (“noi siamo usciti al ciel che è pura luce/luce intellettual piena d’amore/amor di vero ben pien di letizia /letizia che trascende ogni dolzore” – Pd. XXX 39-42). Questa luce, questa presenza sono espresse attraverso parole che rientrano nell’area semantica dell’amore-passione (“amore, letizia, dolzore, caldo” , etc.).
Ci sono due modi, presenti in tutte le religioni, di “avere a che fare” con Dio: la via razionale e la via mistica.
La via razionale è il cercare di comprendere Dio (tradizionalmente, in primo luogo di dimostrarne l’esistenza) attraverso il ragionamento e la logica (filosofia, Aristotele->filosofi arabi di Spagna – >Tommaso d’Aquino).
La via mistica è l’avvicinarsi a Dio con la fiducia e l’abbandono che si potrebbe avere in una relazione amorosa, affidandosi non alla propria parte intellettuale ma al proprio cuore. Al contrario della via razionale essa è in qualche modo molto semplice. Anche una persona molto umile, un bambino, un ignorante, può essere un grande mistico, anzi ha più possibilità di una persona colta e ragionatrice di capire questa via.
La via razionale parla di Dio attraverso passaggi logici. La via mistica parla di Dio attraverso immagini, che sono una specie di esempio. Si paragona il rapporto fra Dio e l’uomo a una relazione fra due innamorati. Si usano immagini di bellezza tratte dalla natura: fiori, luce, sorgenti di acqua, fiume di luce, giardino, etc.
Nel Paradiso Dante impiega le due vie, ma negli ultimi canti prevale la dimensione mistica.
Nel canto XXX, quando giungono nell’Empireo, Dante non vede Dio e le anime dei beati in lui. Vede un bellissimo fiume di luce con le rive cosparse di fiori di tutti i colori. Scintille di luce escono dal fiume ed entrano nei fiori, per poi tornare nel fiume. Poi Dante vede che l’immagine si modifica e diventa una specie di anfiteatro di luce dall’aspetto di “candida rosa”, in cui i beati siedono guardando la luce di Dio in alto. Una “plenitudine” di angeli vola su e giù nello spazio fra l’anfiteatro e la luce di Dio mettendo in contatto i due mondi. Sono bellissime immagini mistiche, che traducono una realtà indicibile.
INDICIBILE. Nel Paradiso infatti c’è una questione legata alla comunicazione. È molto importante capirla.
1. Dante dice di non ricordare una grandissima parte delle cose che ha visto nel Paradiso, perché erano talmente intense che la memoria non riesce a trattenerle. I mistici medioevali (fra cui san Bernardo) spiegando l’esperienza contemplativa parlavano di “excessus mentis” : la mente viene superata da ciò che vede, non riesce ad andare dietro all’esperienza di ciò che ha vissuto perché questa esperienza è così travolgente che la supera. Se noi pensiamo alla nostra esperienza personale capiamo: quando viviamo una felicità enorme in genere non ricordiamo tutti i particolari come vorremmo: sembra che la nostra memoria sia stata travolta dall’eccesso di intensità di ciò che abbiamo vissuto.
2. Dante dice che alcune cose le ricorda ma non ha le parole per dirle. Si chiama “ineffabilita’”, cioè “impossibilità di parlare”. L’esperienza è così diversa e così nuova che la lingua umana non ha ancora inventato le parole che sarebbero adatte. Anche in questo l’esperienza personale ci aiuta. A volte non sappiamo esprimere in modo efficace un’esperienza legata a un grande amore: ci pare che non esistano le parole per dirla. Dante, per esprimere l’esperienza indicibile del Paradiso, inventa infatti molte parole nuove (neologismi).